I giardini giapponesi del MAO | Museo d’Arte Orientale
I giardini giapponesi del MAO

I giardini giapponesi del MAO

Il grande volume vetrato realizzato sul selciato ottocentesco della corte interna, ospita i giardini giapponesi di sabbia e di muschio. Questa struttura leggera in vetro e acciaio permette di apprezzare le facciate interne dell’edificio e diviene elemento di transizione e di passaggio tra il mondo occidentale e quello orientale che ci si appresta a scoprire. Lo spazio trasparente diventa il fulcro dell’intero museo, su di esso infatti si affacciano le sale del palazzo e dall’esedra si accede alle aree dedicate alle mostre temporanee.

Il giardino giapponese

Per i Giapponesi, ogni cosa è abitata: la pietra, il muschio, ogni albero, foglia e fiore celano uno spirito. Il giardino tenta di ricreare lo spazio vitale di questi spiriti con lo scopo di attirarli e di garantire il loro appagamento. Questa idea rappresenta una sorta di fusione tra il concetto di giardino cinese, la cui estetica aveva influenzato enormemente i Giapponesi a partire dal periodo Heian (794-1185), e le credenze animistiche della religione Shinto, che vede la natura abitata da divinità chiamate kami. Queste credenze danno origine a giardini lussureggianti che prendono talvolta la forma di “giungle” disordinate agli occhi degli Occidentali, mentre sono in realtà progettate fin nei minimi dettagli con lo scopo di riprodurre dei luoghi naturali, reali o immaginari che siano.

I giardini di ispirazione buddhista sono all’apparenza più ordinati perché, anziché essere un omaggio agli dei, mirano a produrre una natura idealizzata, quella del paradiso del Buddha Amida, chiamato Terra Pura, in uno spazio che favorisce il rilassamento e la meditazione. L’acqua è un elemento imprescindibile, e al centro si trova solitamente un isolotto – che simboleggia la Terra Pura – collegato alla terraferma da un ponte – che rappresenta il cammino angusto dell’Uomo verso la salvezza. Durante le ere Meiji (1868-1912) e Taisho (1912-1926) i giardini giapponesi subirono forti influssi occidentali: senza rinunciare alla loro prerogativa principale di luoghi di contemplazione e

meditazione, si arricchirono di nuove piante e di un maggior numero di fiori. (MAO, mostra Spirito del Giappone, 2013)

I giardini del Buddhismo Zen, comparsi alla fine del XII-XIII secolo, sono ben più secchi e spogli. Composti essenzialmente di sempreverdi, sono innanzitutto luoghi tranquilli dedicati alla meditazione. Si orientano progressivamente verso una sempre maggiore astrazione per dare vita, nel XIV secolo, al giardino secco (karensansui), con le sue composizioni di rocce e sabbia rastrellata che evocano isole nel mare. Il giardino zen (definizione occidentale) è “essenziale”, è un giardino dove la natura è stata spogliata dei suoi abiti superflui (le piante, i fiori, l’acqua) e “condensata” in una rappresentazione astratta.

Contemplare un giardino zen è considerato un esercizio spirituale, se il giardino zen è armonioso anche chi lo contempla diventa armonioso, diventa una persona migliore.

I giardini giapponesi del MAO si rifanno a “uno degli aspetti del Giappone che da sempre affascina l’Occidente, il rapporto particolare con la natura, il senso di essere partecipi dei suoi ritmi e di contemplarne l’aspetto divino. Questa attenzione si trasforma quasi in una sorta di religione.

Attraverso il modo di porsi nei confronti della Natura e il compenetrarsi del mondo divino a questa, il Giappone ha elaborato la propria originalità e le proprie espressione estetiche.

Nelle vie dell’arte, nella letteratura, nella pittura, nella scultura, nella musica, e nella cerimonia del tè, l’approccio alla natura ha dato vita a una gamma ricchissima di manifestazioni e sono stati elaborati moltissimi concetti per esprimere i modi di rapportarsi a essa”. (Silvia Vesco, Il senso della natura in Giappone, MAO, 10 aprile 2017).

Se il giardino umido, o di muschio, è liberamente ispirato ai giardini giapponesi con peonie e corso d’acqua, il giardino secco è copia ridotta di quello del tempio Ryoanji della scuola buddista zen Rinzai, edificato nel 1450, preso a modello per il suo significato simbolico, composto unicamente da pietre piccole e grandi, senz’acqua, senza piante. Sparse nell’immensità di questo mare di ghiaia bianca, le quindici rocce di basalto decorative sono oggetto di incessanti interpretazioni, esse sono state infatti ordinate in modo tale che il visitatore possa vederne al massimo quattordici per volta.